Di Claudia Losini

In occasione della puntata di mercoledì 22 ottobre, ho fatto quattro chiacchiere con Francesco Lurgo, una delle due metà dei FLeUR. Torinesi dai suoni algidi e intensi, guardano alle fredde terre dell’Europa del nord. E si sente. Ascoltate “Supernova” e capirete perché.

Francesco nasci come musicista post rock nel gruppo The Philadelphia Experiment. Quando nasce la passione per la musica e per questo genere in particolare?
La passione per la musica nasce da parecchio lontano, ho iniziato a imbracciare uno strumento a 14 anni e i primi progetti seri di scrittura di brani originali e di esperienze live sono arrivati a 18 anni, appunto come chitarrista. Circa due anni dopo l’amore per il post-rock è sbocciato inizialmente grazie all’ascolto di gruppi torinesi, passando solo in seguito a scoprire i mostri sacri del genere. È stata un’epifania tuttora fondamentale per le mie creazioni, in quel momento ho realizzato che si potevano realizzare dischi interamente strumentali senza perdere nulla in termini di espressività, e che avrei voluto provare anche io a farlo. I Philadelphia Experiment sono stati l’apice del mio percorso come chitarrista in una band “tradizionale”, prima di passare all’uso massiccio dell’elettronica, e sento che l’aver fatto questo tipo di esperienza influenzi tuttora il mio modo di approcciarmi alla musica. The Philadelphia Experiment è un progetto che ricordo con piacere in quanto, nonostante alcune carenze tecniche, vi era un bello spirito e un divertimento genuino; tracce di quel tipo di sonorità si ritrovano in alcuni brani di FLeUR caratterizzati dall’inserimento della chitarra, che sono rimasti fuori dall’Ep di debutto ma che proponiamo dal vivo e che troveranno sicuramente spazio nelle nostre pubblicazioni future.

Dopo i Philadelphia la Tacuma Orchestra, un progetto creato da Fabio Battistetti che unisce tanti produttori e musicisti per creare una vera e propria orchestra elettronica. Mi racconti un po’ questa esperienza?
Tacuma è stata ed è tuttora per me un’esperienza di grande stimolo: anche se come ho detto prima ero già attivo sui palchi torinesi e non in un contesto musicale diverso, con questo progetto Fabio Battistetti ha letteralmente tirato fuori dalla cameretta, per portarlo davanti al mondo, il Francesco Lurgo musicista elettronico, e gli sono quindi grande debitore. Il progetto mi ha sempre entusiasmato perché unisce due approcci spesso lontani ma che mi appartengono entrambi, ossia l’utilizzo dell’elettronica e il lavorare in un ensemble di molti musicisti, a differenza di quanto fanno normalmente i producers digitali, quasi sempre in solo o in duo.
Tacuma mi ha arricchito molto e continua a farlo, per le esperienze su palchi importanti, per avermi insegnato a disciplinarmi nell’improvvisazione di gruppo e mettermi al servizio di una visione di insieme, per avere la chance di suonare gomito a gomito con produttori molto più esperti di me, ognuno con la propria spiccata personalità, e da loro cerco continuamente di “rubare” il più possibile esperienza, conoscenza della materia sonora e sensibilità; insomma un’esperienza fondamentale, aggiungerei anche dal punto di vista umano in quanto ha portato anche alla nascita di belle amicizie con gli altri Orchestrali, merce davvero rara

Fleur nasce insieme a Enrico Dutto. Il vostro suono è molto particolare, freddo ma intenso. quali sono le vostre influenze e come le unite insieme per creare i pezzi?
Con la definizione “freddo ma intenso” a mio parere hai descritto bene il suono di FLeUR, che si fonda da sempre sull’unione di due anime apparentemente opposte: quella dell’elettronica deliberatamente gelida e digitale (artisti come ad esempio gli Autechre sono tra i nostri massimi modelli di ispirazione per quanto riguarda il programming) e quella di strumentisti live formatisi in ambienti sonori invece caldi ed emozionali, come il post-rock nominato all’inizio dell’intervista. L’idea artistica di FLeUR è proprio quella di mantenere e far risaltare questo carattere ibrido, senza sbilanciarsi mai eccessivamente da uno dei due versanti.
Per quanto riguarda il lavoro con Enrico, l’altra metà di FLeUR, questo è sicuramente molto semplice e spontaneo: dopo anni passati a suonare insieme nei più disparati progetti, come i succitati Philadelphia Experiment, e a scambiarci dischi e ascoltarli insieme per una vita, abbiamo sviluppato una sensibilità musicale molto simile e riusciamo quindi molto rapidamente a intenderci e andare nella stessa direzione creativa anche quando misceliamo elementi che come hai giustamente notato sono spesso molto differenti tra loro: questo è sicuramente il punto di forza del progetto.

Ad aprile è uscito il vostro primo ep: Supernova, Urgent Star. Come mai dopo così tanto tempo?
Ti correggo: Supernova è uscito a febbraio 2014, comunque è passato tempo dal debutto live del progetto avvenuto a metà 2012; sembrerà una banalità ma c’è voluto tempo perché ci tenevamo a curare ogni dettaglio delle tracce, e a non dare in pasto al pubblico un lavoro approssimativo; sicuramente sul tempo di lavorazione ha anche influito il fatto che fin dall’inizio abbiamo sempre amato sporcarci le mani con stili differenti, e quindi ha richiesto molto tempo anche la scelta stessa dei brani che ci rappresentassero meglio in quel momento…il nostro sound è in costante divenire e in trasformazione, e le pubblicazioni future avranno elementi ancora differenti, pur rimanendo profondamente “nostre”.

Suonate spesso in giro per l’Europa. Ci sono delle differenze tra il modo in cui le persone recepiscono qui e all’estero?
Suonare fuori dalla propria città è uno stimolo eccezionale a prescindere: sai che suonerai non per le persone che già conoscono bene te e il tuo percorso, ma per sconosciuti che verosimilmente non avranno altra occasione di vederti nella loro vita, e quindi senti ancora di più il bisogno di curare al meglio ogni dettaglio e suonare ogni nota come se fosse l’ultima, e questo è ancora più forte nelle grandi capitali, dove le persone sono abituate ad avere a loro disposizione ogni sera una serie di eventi musicali fortemente stimolanti ed è quindi necessario dare di più per risultare convincenti.
La ricezione della nostra musica è sicuramente stata positiva nelle esperienze estere fatte finora, rispetto all’Italia la differenza in positivo è stata sicuramente nella qualità dell’ascolto più che nella quantità degli ascoltatori: l’attenzione è diversa, più intensa, credo sia una questione di attitudine diversa nei confronti della musica dal vivo, ma credo anche che il nostro suono sia più a suo agio geograficamente nell’Europa centrale, dove gli ascoltatori sono sicuramente più avvezzi a uno stile simile al nostro il quale non è certo tipicamente italiano. Con una sorta di strana sinestesia vedo i nostri suoni più consoni all’aria fresca delle strade di Bruxelles o Berlino che non alle coste del Mediterraneo.

fl-e-ur.bandcamp.com
Tacuma Orchestra

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