di Claudia Losini
Ieri, mercoledì 11 giugno, è andata in onda l’ultima puntata della stagione di The Needle. Per salutarvi e augurarvi buone vacanze vi abbiamo parlato della SubTerra Label, una delle realtà copyleft più pure e intransigenti italiane. Qui di seguito potere leggere un’interessante intervista a Carlo Sanetti, musicista de La guerra delle formiche e fondatore dell’etichetta.
SubTerra Label nasce da un’idea di Carlo Sanetti. Quando hai pensato di fondare una tua etichetta?
 
Più o meno otto anni fa iniziai a curare SubTerra, una piccola fanzine su blog e carta dedicata alla musica indie della Capitale e della provincia di Viterbo. Vivevo infatti in perenne movimento tra le due aree, che nonostante la vicinanza geografica e le forze d’attrazione dell’Urbe rappresentano oggi come allora due microcosmi profondamente diversi. Parallelamente avevo appena autoprodotto il primo disco del mio omonimo progetto solista, La Guerra delle Formiche, e avevo deciso di pubblicarlo online sulle pagine della fanzine. Da quella prima pubblicazione si sviluppò man mano l’etichetta, che raccoglieva sia il materiale dei miei numerosi progetti, sia i dischi di artisti che stimavo e con cui era nata in qualche modo un’amicizia e un rapporto di collaborazione. Fin da subito decisi di distribuire tutti i contenuti secondo la filosofia copyleft.
SubTerra è un contenitore che non ha limiti di genere. Scegli gli artisti sulla base di un potenziale che vedi in loro? Quali sono stati i primi a essere inseriti nella vostra etichetta? 
 
SubTerra è un’etichetta abbastanza atipica: la definisco “contenitore” proprio perché, piuttosto che un’ “impresa” musicale, rappresenta uno spazio creativo completamente libero e rilassato, in cui le dinamiche “umanistiche” hanno l’assoluta precedenza su quelle economiche. Proprio per questo motivo le collaborazioni nascono in maniera del tutto fortuita, spesso attraverso incontri casuali e scambi di stima reciproca da cui si sviluppano belle amicizie. Il discrimine è innanzitutto una “sintonia spirituale”. Oltre ai progetti in cui ero direttamente coinvolto (ad esempio il collettivo post-rock romano Zero Gravity Toilet o il disco del punkautore Tedesko), i primi a farne parte furono honeybird & the birdies, un trio che oggi ha all’attivo un curriculum invidiabile in termini di dischi e importanti palchi internazionali, e gli Hyaena Reading, militante gruppo blues post-punk italo-francese dalle visioni piuttosto cupe e apocalittiche.
Copyleft, anarco-comunismo e DIY. Questi sono i punti cardine di SubTerra. Vuoi riassumere la filosofia che vive dietro questi 3 termini e che si può trovare anche sul tuo sito?
 
Il messaggio di SubTerra è stato sempre politicamente piuttosto radicale, ma invecchiando ho imparato a declinarlo in modo più maturo e “riformista”. Come ho accennato prima, la questione sta tutta nel sottrarre l’atto creativo alle mere logiche del mercato per riportarlo nella sfera della “poesia”, cioè di un’urgenza comunicativa che sia umanamente autentica e impellente e che per di più abbia un impatto critico molto forte sull’establishment. Per questo motivo SubTerra è stata concepita come una struttura capace di resistere anche a costi praticamente nulli. Questa totale indipendenza, che ci permette di riflettere sul puro senso artistico e culturale senza nessun altro tipo di ingerenza estranea, ha naturalmente costi di altro tipo: nel mio caso, la precisa scelta di non puntare sull’attività musicale come un mestiere di cui vivere, pur conservando per essa un’attenzione primaria. Qualcuno potrebbe stigmatizzare questo approccio come “amatoriale”, ma è proprio l’assenza di qualsiasi pretesa di “professionalità” che, a mio avviso, ci aiuta a riportare la giusta dignità all’atto creativo e al nostro essere creature umane comunicanti. Ovviamente non sono manicheo, né credo che questa sia l’unica opzione possibile tra i tanti e sfumati modi possibili per produrre cultura di qualità in questi tempi liquidi. E’ semplicemente la scelta che si adatta meglio al mio modo di essere e di vedere le cose. Tra i costi di cui parlavo prima, c’è dunque quello di dover far altro per vivere, anche se in modo tale – se ci riesco – il più possibilmente armonico coi miei fini umanistici; come è facile immaginare, più si va avanti più il tempo e le energie da dedicare si assottigliano. SubTerra sta quindi attraversando una fase più intimista e meno “visibile” rispetto agli anni passati, ma al contempo la qualità delle relazioni è aumentata: penso ad esempio alla collaborazione col mio amico cantautore messinese Humpty Dumpty, con cui condivido sostanzialmente impegno etico e politico. Credo sia chiaro che non disprezzo soldi o possibilità di crescita in termini di visibilità e guadagno, qualora se ne presenti la possibilità: la mia (o farei meglio a dire la nostra) è sì una difficile scelta da outsider, ma vissuta con serenità proprio perché consapevole del ribaltamento di valori che c’è alla base. Per me è già molto esserci e avere la possibilità di essere trovati da chi sa cercare. Viviamo in tempi di mercificazione estrema delle relazioni umane  e c’è bisogno di scelte simili: ogni nostro singolo gesto, per quanto piccolo, può aiutare a mettere in discussione dal basso il sistema di valori iniquo su cui si basa la nostra società, che è poi quello messo in atto dal capitalismo sfrenato responsabile della  nostra crisi spirituale, prima che economica.
Mi è piaciuta molto la riflessione sul concetto di indie che ho letto nell’articolo del 2009. Alla luce di quello che scrivevate in quell’anno direi che la parola “indie” si è ulteriormente svuotata di significato, diventando semplicemente un’etichetta in cui appiccicare qualcosa che spesso e volentieri l’ascoltatore d’oggi non sa bene dove far rientrare. Secondo te il senso di “indie” in quanto indipendente si ritroverà prima o poi?
 
Se il concetto di “indie” può rientrare più o meno in quanto da me esposto sopra, certo lo applicherei a ben poche cose tra quelle che circolano oggigiorno. Quando scrissi quell’articolo volevo entrare radicalmente in polemica con quel mondo che si è appropriato del concetto di “indipendente” svuotandolo di significato, appiattendosi di fatto all’esigenza di creare arte innocua e “decorativa” per la mera esigenza di sopravvivere nel mercato o in qualche nicchia conformista di riferimento. Conservo ancora quella vis polemica, ma oggi forse vedrei le cose in modo più complesso, nel senso che sono ancora convinto che sia più importante riuscire a resistere conservando l’integrità e la profondità del proprio messaggio anche fuori da qualsivoglia mercato, ma penso anche che in determinati e rari casi si possa riuscire a entrare nel mercato conservando la propria potenza critica, stando molto attenti a come ci si muove. Detta in altri termini, sono meno integralista, e anzi penso che in qualche modo per essere veramente efficaci nella critica al sistema si debba entrare in esso. Ma sui principi etici di fondo non transigo. Credo quindi che “indie”, “indipendente” o qualsiasi altra definizione si avvicini a questi concetti si adatti a chiunque faccia proprie queste riflessioni, ma a prima vista è difficile capirlo dietro a tanti ribelli patinati che di fatto sono solo un’espressione innocua dell’establishment, così intellettualmente compromessa da non rendersene nemmeno conto. Attualmente, piuttosto che restare forzatamente ai margini, cerco di individuare nel copyleft il “cavallo di troia” utile per poter operare una critica dall’interno del sistema, per esempio impostando il dibattito non sulla negazione totale del mercato, ma su una mediazione che riporti finalmente quest’ultimo alla dimensione dell’etica, della sostenibilità e della tutela dei valori umanistici e immateriali al di sopra del mero profitto.
Per quanto riguarda il futuro della musica.download gratuiti, dischi a prezzo minimo, mixtape, ep in digital release e free download. sembra che sempre più spesso si utilizzi un metodo di fruizione free. quali sono i pro e i contro di questi mezzi, secondo te? Gli artisti e le etichette cosa guadagnano da una promozione interamente gratuita?  Forse non è il caso di far tornare a pagare il giusto prezzo alle cose, per avere una concreta consapevolezza del loro valore? Secondo me un pubblico abituato ad avere cose aggratis sarà sempre meno sensibile al lavoro dei musicisti, o in generale di chi fa cultura. Che ne pensi a riguardo?
 
A questa domanda ho più o meno risposto prima in varia misura, ma la questione è così complessa che è difficile esaurirla nello spazio di una semplice intervista. Non tutti scelgono l’opzione free per gli stessi motivi e le ideologie che vi sono dietro possono essere anche radicalmente differenti. Gli artisti che sono in SubTerra, sostanzialmente, lo fanno perché condividono i principi da me esposti. Io ed Humpty, per esempio, abbiamo deciso di fare di “mestiere” gli insegnati (lui lo è, io spero di riuscirci) per liberare al massimo le pressioni di altro tipo sul nostro messaggio e restare contemporaneamente in un campo che sentiamo profondamente nostro e utile. Per questo siamo ben felici di condividere gratuitamente i nostri lavori. La cosa importante nella comunicazione è la cultura critica non solo del mittente, ma soprattutto del destinatario: è a questo che ci rivolgiamo, chiedendogli se la nostra produzione completamente free sia qualitativamente inferiore di quelle a pagamento. Cosa importa infatti quanto hai pagato, se alla fine quello che conta è il messaggio? Davvero abbiamo così introiettato la supremazia valoriale del denaro da credere che sia anche metro della qualità artistica e intellettuale? Secondo il mio sistema di valori, mi pare di vedere che oggi sia possibile produrre grande arte anche a costo quasi zero: basta cultura, senso critico e sensibilità sia nel produttore, sia nel ricevente. Il solo fatto che in SubTerra riusciamo a comunicare senza necessariamente renderci “merce” è per noi già ampiamente rivoluzionario. Nonostante questo, come ho già detto, non sono manicheo, e anzi ritengo utile conciliare queste istanze prettamente spirituali e utopiche con altre di tipo più materiale e pragmatico, anche solo per allargare il raggio di azione e non restare confinati in una nicchia. Vedo nel copyleft un buon compromesso in questo senso: una filosofia che, se portata nelle giuste istituzioni, potrebbe finalmente riequilibrare l’ago della bilancia del mercato culturale verso la tutela del valore immateriale della cultura, sancendo alcuni principi fondamentali come il diritto alla cultura e all’informazione gratuite e accessibili a tutti, ma allo stesso tempo garantendo il diritto dell’artista a trarre un equo compenso materiale dalle sue opere. Quella di SubTerra è un’utopia radicale, ma tutta proiettata  in questa direzione molto pragmatica e realista.
Carlo sei anche musicista de “La guerra delle formiche”. Vuoi raccontarci qualcosa del tuo progetto?
 
Come accennato, La Guerra delle Formiche è il mio progetto solista. Nel 2006 è uscito un omonimo EP, che resta tuttora l’unico disco che abbia realizzato esclusivamente su mie composizioni, se si esclude una raccolta aperta in cui pubblico di tanto in tanto alcuni singoli. Per un motivo o per un altro ho infatti militato in tanti altri progetti, soprattutto perché volevo imparare da altri più esperti di me e confrontarmi in delle dimensioni più collettive. Con questo nome però ho realizzato nel 2010 un EP con la cantautrice Silvia Leoni, arrangiando i suoi pezzi, e ora sto facendo lo stesso con Humpty Dumpty, in un disco che ho in cantiere da anni e che dovrà suggellare la nostra grande amicizia e comunione d’intenti. Successivamente tornerò senz’altro e finalmente a dedicarmi a me stesso, dal momento che considero ormai maturi i tempi per poter esprimere una visione adulta e organica di tutto quello che finora si è agitato in me in modo caotico.
E per finire: Subterra è anche una webzine. Sappiamo fin troppo bene quanti giornali dedicati alla musica stanno morendo o sono sull’orlo della crisi. stiamo passando tutto sul digitale. Il futuro dell’editoria musicale deve sperare nella proliferazione dei blog, quindi?
 
Non credo sia importante il supporto, quanto una progressiva acquisizione di consapevolezza delle tematiche di cui ho fatto cenno in questa intervista. Che il futuro sia su digitale mi sembra abbastanza scontato e non ci vedo nulla di strano, in quanto naturale evoluzione tecnica; insisterei piuttosto sul fatto che per sopravvivere tra il nulla e il mercato schiacciante e culturalmente vuoto delle grandi corporations c’è bisogno almeno di un mercato più “umanistico” e di portare questo dibattito nelle sedi competenti. SubTerra esiste in modo totalmente autodeterminato ed estremo per dimostrare nel suo piccolo che c’è una priorità assoluta di rivalorizzare il valore immateriale dell’arte e proprio a cominciare da quelle sedi che devono offrire supporto e garanzie materiali affinché questo avvenga.
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