La Fresh Yo! label è un’etichetta nata dall’incontro tra le algide terre svedesi, ricche di musica e la ridente Firenze. Tra le loro release, HLMNSRA e Godblesscomputers sono i nomi che abbiamo letto, visto e ascoltato in giro per tutte le webzine nell’ultimo anno.  Abbiamo sentito Simone Brillarelli, il fondatore, per fargli qualche domanda. E lui, insieme a Edoardo Fracassi, prontamente ci ha risposto con un discorso molto interessante, che li lasciamo leggere tutto d’un fiato.

FreshYo! nasce dall’incontro tra Italia e Svezia. Com’è avvenuto? Avete deciso di creare una label per interessi comuni, o l’idea vi è venuta davanti a un caffè?
S. – Fresh Yo! nasce da un’ idea di Suzywan, artista, designer e musicista francese, trapiantata a Stoccolma e mia (Simone Brillarelli). Con lei ho condiviso diversi palchi dal 2007 al 2010, suonando un po’ per tutta Europa, e si è stabilito da subito un gran feeling. Nel nostro vagabondare abbiamo avuto l’onore di conoscere moltissimi musicisti e il passo è stato automatico: avevamo bisogno di una label per far uscire i loro lavori e avere un punto di incontro sul web che potesse raccogliere le sonorità che ci piacevano.
Successivamente Suzywan ha aperto il suo business come jewel designer e l’etichetta è passata in toto a me che ho inserito nell’organico Edoardo Fracassi come sound engineer  e Jonathan Calugi, grafico e illustratore, a dare un volto riconoscibile a tutta l’immagine. Intorno a Fresh Yo! gravitano poi tanti altri collaboratori che si adoperano per portare avanti gli eventi organizzati col nostro marchio: Grabber Soul incentrata sui live di beatmakers, Feline Funk serata di puro clubbing e Yes We Jam! (curata da Millelemmi), vera e propria jam session tra jazz, djing e rap. Fresh Yo! è una vera e propria famiglia allargata.

La vostra parola d’ordine è eclettismo. E piace tantissimo anche a noi! Dall’hip hop all’elettronica, alla cantante folk… le vostre scelte sono influenzate anche da un vostro interesse personale, o spulciate nell’etere per trovare le cose secondo voi più interessanti? E a voi, che artisti piacciono?
S. – Principalmente crediamo nella musica fatta bene. Siamo nel settore da 17 anni, prima come musicisti, poi come produttori e infine come utenti. Abbiamo visto e sentito tante cose, anche perché Firenze (la nostra base) è una città molto fertile, piena di persone con una grande cultura musicale e sempre attenta alle novità.
Le modalità di ricerca sono le più disparate: in primis dettate da un gusto personale e coerenza d’intenti (anche l’eclettismo ne ha); in secondo luogo vorremmo cercare di creare cultura, scena e connessioni tra artisti che secondo noi hanno un comune denominatore.
Detto questo abbiamo la fortuna di ricevere tanti demo e cerchiamo di ascoltare sempre tutto.
Il tipo di artista che ci piace, al di là della musica che propone, è una persona sincera, generosa e genuina, puntuale e professionale, possibilmente disposto a confrontarsi con la nostra struttura proponendo costruttivamente. I nostri artisti sono Fresh Yo!

E. – Direi che proprio quest’ultimo aspetto è una delle motivazioni per noi più importanti.La possibilità di sviluppare le idee degli artisti e aiutarli a trasformare delle intuizioni o dei lavori disorganici in qualcosa di coerente ci gratifica molto e personalmente ritengo che, scomparsi i produttori, le etichette indipendenti come FY! possano aiutare a dare spessore e maturità ad un progetto. Oltretutto questo può essere fatto con genuinità dato che ormai di profitti con la vendita della musica non se ne parla quasi e quindi possiamo fare la nostra parte affidandoci al nostro gusto, alla spontaneità e alla passione per quello che facciamo, senza preoccuparci troppo del mercato.
Questo ci da la possibilità di dare del valore aggiunto alle produzioni anche dal punto di vista artistico e ci porta a non concentrarci solo in un genere ben preciso.

Il copyleft è importante per le realtà emergenti, il futuro è copyleft… Si leggono tante citazioni positive sulla musica libera, ma nella realtà è così facile emergere dalla massa dell’etere? E’ questione di fortuna, marketing, pubblicità, passaparola? E secondo voi in un futuro sarà veramente possibile che le major si pieghino alla forza dell’auto produzione e del diritto all’acquisto libero?
S. – Fresh Yo! è una realtà molto giovane e per tanto ha fatto e fa affidamento al creative commons per la maggior parte dei progetti, soprattutto per un discorso promozionale.
D’altronde però è con le offerte e le vendite che, in qualche modo, si tengono in vita strutture piccole come la nostra e si alimentano i progetti di artisti a cui piano piano ci si affeziona.
La musica totalmente gratuita è una meravigliosa idea ma prevede tagli a tutto il sistema: oggi un brano può uscire dalla cameretta del produttore e in un click arrivare all’utente, quello che ne consegue è però troppo spesso una proposta di prodotti musicalmente interessanti ma di scarsa qualità e poco sviluppati. Per non parlare poi degli effetti della saturazione dovuta alla sovrapproduzione troppo spesso frammentata.
Sicuramente vanno escogitati nuovi sistemi e personalmente sono ancora troppo poco attratto dall’idea di acquistare dei file digitali. Ecco perché, quanto più ci è possibile, cerchiamo di stampare su dei supporti quali cd e vinili, l’oggetto per quanto meno pratico, giustifica una spesa ed inoltre è bello da avere in casa.
Un disco o un EP sono una storia, un racconto, spesso un momento di vita che si vuole condividere e ricordare.
L’iter è più o meno questo, ci si innamora di un progetto, lo si fa crescere e si struttura, lo si propone tramite musica, video, foto, live e si spera che vada bene, ma è sempre un terno al lotto.

E. – Riguardo alla “democratizzazione della musica” ho personalmente una marea di dubbi.
Principalmente siamo un pò stufi delle autoproduzioni “fast food”, realizzate in pochi giorni e immediatamente messe in circolazione.
Vengono prodotti pochissimi album e troppi EP e singoli, non c’è più concettualità dietro alla maggior parte dei lavori e si riduce all’osso la durata delle tracce. Il pubblico non si concentra e non riflette più sulla musica, ne è solo distratto o travolto, dato che non ha tempo per ascoltare attentamente tutto quello che esce. Non ci si innamora più di un disco, al massimo ci si fa “una sveltina e lo si frequenta poi per un breve periodo”.
Sia io che Simone invece ci innamoriamo costantemente dei progetti a cui lavoriamo quindi Fresh Yo! parte proprio da un concetto molto lontano da quello delle autoproduzioni usa e getta.
Come dopo ogni rivoluzione, le nuove possibilità e le nuove idee devono essere metabolizzate ed inizialmente si fè sempre finito per distorcere ed utilizzare al peggio tutto ciò che di buono il cambiamento aveva portato.
Tuttavia vedo che non solo noi cominciamo a sentire questa necessità, anche perchè alla lunga c’è in gioco l’esistenza stessa dei contenuti artistici che poi giustifica, aimè o per fortuna, un certo ritorno economico. Questa è l’unica cosa che determina la differenza tra un settore professionale che ha senso di esistere e un settore amatoriale fatto di gente che nei fatti, porta avanti un hobby.
Direi che quindi, se ha senso abbandonare gli eccessi e la corruzione di certi modelli su cui una certa musica si è basata per troppo tempo (il mainstream ma non solo), tornando a vivere con più genuinità e passione tutta la faccenda, ha comunque sempre senso ricordarsi che le cose hanno valore se fatte bene fino in fondo e che ci sono persone, strutture e anche abitudini che devono restare in piedi se si vuole che certi contenuti possano ancora essere parte di questo sistema.

Io ovviamente ho una passione smodata per i paesi del nord. Quindi una domanda a riguardo devo farvela: io ho un immaginario così vasto della musica e della vita nei paesi del nord, che voglio avere la conferma che effettivamente “là si sta meglio di qua”. Intendo musicalmente almeno: c’è più libertà? I gruppi sono più incoraggiati a produrre? Oppure in realtà è come in italia?
S. – Nei paesi nordici ci sono concezioni differenti. A ognuno il suo ma se parliamo della Svezia in particolare, vediamo che lì, fin da piccoli, si studia molto e si imparano disciplina e qualità, pertanto per emergere bisogna essere molto professionali e avere davvero qualcosa di differente perché il livello è molto alto.
In Italia le cose stanno cambiando dal basso. La proposta, che è sempre stata mediocre, è decisamente cambiata rispetto a 10 anni fa quando il sound sanremese caratterizzava il gusto di gran parte della musica.
Ci sono moltissimi artisti interessanti, molto giovani e con un sound unico e la frase che sento più spesso e che mi trova in accordo è: “può competere con il resto del mondo” o  “non sembra italiano!”. Questo è già un passo avanti, indice che la musica è sempre più globalizzata e che le idee circolano! Il prossimo step potrebbe essere avere un sound italiano interessante, innovativo e riconoscibile, un pò come è sempre successo a Londra o Berlino.

E – Purtroppo ho un debole per I paesi nordici. Non sono quindi imparziale.
Il sound dell’elettronica scandinava e tedesca mi ha davvero fatto innamorare e per anni è stato un riferimento anche in ambito professionale. Sono però contento di aver ripreso a guardare anche altrove, in particolare Inghilterra e U.S.A.
Non credo invece che in Italia la proposta sia stata mai mediocre. Anzi! Abbiamo avuto sempre una scena underground strepitosa, spesso all’altezza di quella internazionale.Quello che è sempre mancato è il contatto di questa scena col grande pubblico, assuefatto dal “sanremismo intergralista” o dell’esterofilismo preconcetto.
A ogni modo, come Simone vedo che c’è un miglioramento. Vedo un pubblico attento alla scena underground più vasto rispetto a prima. Un pubblico con meno barriere mentali rispetto alla musica e meno vincolato da limiti territoriali o culturali.
Vediamo tra quanto cominciano ad accorgersene I promoter che organizzano i concerti!

Consigliateci un’etichetta, Italiana ed estera, che secondo voi deve essere conosciuta assolutamente!!
S. – In Italia direi White Forest con cui stiamo lavorando e che sono destinati ad imporsi come l’etichetta dell’elettronica italiana, quella che verrà esportata anche fuori.Inoltre Elastica Records, casa di Backwords, Antiplastic e Numa Crew.
Per l’ estero mi piacciono molto Black Acre, Bedroom research, Smashtales, Relief in Abstract.

E. – A quello già elencato da Simone aggiungerei Lebenstrasse e Concrete Records che ha tirato alcune produzioni molto interessanti: Furtherset in particolare.

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